Collaudo? Ma su che cosa?

La risposta è da ricercarsi nel perché si ricorre in alcuni casi al collaudo o meglio a prove in scala reale di resistenza del fissaggio; il termine collaudo, per quanto detto anche nei precedenti post, non è propriamente corretto in quanto fa pensare ad una attività da eseguire al termine di un’altra ovvero dell’installazione del dispositivo. Il significato corretto di collaudo dovrebbe essere quello dell’attività di verifica della resistenza del fissaggio tutte le volte che siamo in presenza di una struttura di supporto di cui non ne conosciamo le caratteristiche resistenti per la quale, più che effettuare un’azione di verifica a posteriori, dovremmo effettuare alcune installazioni campione, su dispositivi pilota e non su quelli relativi alla reale configurazione di progetto ( almeno tre, così da ricavare un valore medio attendibile), su cui poter realizzare test di resistenza ultima ed avere quindi valori attendibili circa il reale impiego del dispositivo. Effettuare prove al limite ultimo di resistenza permette di conoscere il reale grado di sicurezza dell’installazione nei confronti del valore sollecitante richiesto. Realizzare le prove sopra indicate non è consigliabile farlo sui reali dispositivi installati o da installarsi; eseguire invece prove di sola tenuta, oltre che risultare approssimative, possono comportare perdite di resistenza ossia generare un indebolimento del fissaggio appena realizzato. Un esempio che può aiutare a chiarire quanto stiamo dicendo è quello del caso di un qualsiasi chiodo infisso in un supporto di legno: ogni azione effettuata nell’intento di estrarlo modifica irreversibilmente la tenuta dello stesso che non sarà mai più uguale a quella iniziale! Il collaudo è quindi a nostro giudizio un valido strumento di valutazione della resistenza di un fissaggio se condotto preliminarmente all’installazione e non a lavoro già eseguito a suffragio di chi sa quale responsabilità!

 

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